
Giovanni, l’apostolo amato, ci insegna a rimanere uniti a Cristo e a portare frutto attraverso la cura, la fedeltà e l’amore concreto.
Giovanni l’apostolo amato ci insegna che la vita cristiana nasce dal sentirsi amati da Cristo e dal trasformare questo amore in presenza, fedeltà e cura concreta.
Nasce dal sentirsi amati da Cristo.
Nel lavoro siamo abituati a misurare tutto: ore, costi, fatturato, risultati, giornate degli operai e lavori conclusi.
Eppure le cose più importanti della vita non sempre possono essere inserite in un preventivo.
La fedeltà, la presenza, la fiducia e l’amore non producono un risultato immediato.
Tuttavia, sono proprio queste realtà nascoste a sostenere una famiglia, un’impresa e una vita.
Dopo aver riflettuto su Matteo, il tesoro nascosto e l’imprenditore cristiano, il secondo passo del nostro percorso tra i dodici apostoli è dedicato a Giovanni.
Giovanni, l’apostolo amato da Gesù
La tradizione cristiana identifica Giovanni con il discepolo che il Vangelo definisce “quello che Gesù amava”.
Non significa che Gesù amasse soltanto lui.
L’espressione racconta soprattutto una relazione profonda: Giovanni riconosce la propria identità nell’amore ricevuto.Durante l’Ultima Cena è vicino a Gesù.
In seguito lo ritroviamo ai piedi della croce, davanti al sepolcro vuoto e accanto al Risorto sul lago di Tiberiade.
La sua presenza attraversa i momenti più intimi e drammatici del Vangelo.
Essere il discepolo amato non significa ricevere privilegi.
Significa accettare una vicinanza che diventa responsabilità.
Giovanni non custodisce l’amore di Cristo soltanto per sé. Lo trasforma in testimonianza, fedeltà e servizio.
Restare quando sarebbe più facile fuggire
Nel momento della crocifissione molti discepoli non sono presenti.
L’apostolo Giovanni rimane ai piedi della croce quando sarebbe stato più facile fuggire.
Gesù gli affida sua madre: «Ecco tua madre».
Da quel momento il discepolo la accoglie con sé. La scena è raccontata nel capitolo 19 del Vangelo di Giovanni.
Giovanni non può impedire la croce. Non può risolvere il dolore di Maria e non può cambiare ciò che sta accadendo.
Può però restare.
Anche nel lavoro esistono situazioni che non possiamo risolvere immediatamente. Ci sono difficoltà economiche, errori, malattie, problemi familiari, clienti che non pagano e collaboratori che attraversano momenti complicati.
A volte non abbiamo la risposta giusta. Possiamo però scegliere di non abbandonare le persone che ci sono state affidate.
Restare non significa permettere ogni ingiustizia. Significa non diventare indifferenti.
Giovanni l’apostolo amato e la vite che porta frutto
Nel Vangelo di Giovanni ritorna spesso il verbo rimanere.
Gesù dice: “Rimanete in me e io in voi».
Poi utilizza l’immagine della vite e dei tralci. Il tralcio può portare frutto soltanto quando resta unito alla pianta dalla quale riceve la linfa.
Abbiamo già approfondito questa immagine nell’articolo Io sono la vite, voi i tralci: il giardino e la vita cristiana. (Russogiardini)
Rimanere in Cristo non significa diventare passivi o aspettare che Dio risolva ogni problema.
Significa continuare a ricevere da Lui la forza per crescere, scegliere e portare frutto. Anche Papa Francesco ha ricordato che rimanere nel Signore non vuol dire stare fermi, ma camminare, crescere e diventare testimoni del suo amore. (Vaticano)
Un’impresa ha bisogno di movimento. Tuttavia, senza radici e senza una direzione, anche il movimento può diventare soltanto agitazione.
L’amore nel lavoro si vede nei fatti
Giovanni non parla di un amore fatto soltanto di emozioni.
Nella sua prima lettera scrive che non dobbiamo amare soltanto a parole, ma con i fatti e nella verità.
Questa frase vale anche nel lavoro. (Vaticano)
Amare un dipendente non significa evitare ogni richiamo. Significa pagarlo correttamente, rispettarlo, proteggerne la sicurezza e dirgli la verità quando sbaglia.
Amare un cliente non significa accettare qualsiasi richiesta. Significa proporre ciò che serve davvero, spiegare i limiti di un intervento e rifiutare un lavoro quando potrebbe danneggiare un albero o un giardino.
Amare il proprio mestiere significa prepararsi, mantenere la parola data e non scegliere sempre la strada più facile.
Anche chiedere il giusto pagamento è una forma di verità. Senza giustizia, l’amore rischia di diventare soltanto debolezza o confusione.
Il giardino insegna la fedeltà
Un giardino non vive grazie a un solo grande intervento.
Ha bisogno di cure ripetute: acqua, potature corrette, controllo del terreno, protezione delle radici e attenzione alle stagioni.
Non basta piantare e andarsene.
Allo stesso modo, una relazione non cresce grazie a una sola promessa.
Ha bisogno di presenza, pazienza e gesti che si ripetono anche quando nessuno li vede.
Nella parabola del seminatore abbiamo visto che il seme può portare frutto soltanto quando trova un terreno capace di accoglierlo.
Il discepolo amato ci ricorda che un giardino non vive grazie a un solo grande intervento, ma attraverso cure costanti.
Giovanni ci porta un passo oltre: il frutto nasce anche dal rimanere uniti alla fonte dell’amore.
Quando perdiamo questo legame, possiamo continuare a lavorare, produrre e fatturare. Dentro, però, rischiamo lentamente di seccarci.
Cosa insegna Giovanni, l’apostolo amato, a chi guida un’impresa
Chi guida un’azienda può facilmente sentirsi solo.
Deve prendere decisioni, sostenere costi, affrontare problemi e mostrare sicurezza anche quando non ne ha.
Per questo la figura di Giovanni, l’apostolo amato, porta un messaggio importante: il nostro valore non dipende soltanto da ciò che riusciamo a produrre.
Prima di essere imprenditori, professionisti o lavoratori, siamo persone amate da Dio.
Questa consapevolezza non elimina le responsabilità. Al contrario, cambia il modo di affrontarle.
Non dobbiamo dimostrare continuamente di essere invincibili. Possiamo riconoscere i nostri limiti, chiedere aiuto e accettare che non tutto dipenda da noi.
Un imprenditore cristiano non è colui che non sbaglia mai.
È una persona che cerca di non perdere il legame con Cristo mentre lavora, cade, ricomincia e porta il peso delle proprie decisioni.
Essere presenti senza voler possedere
Sotto la croce, Giovanni riceve Maria come una persona da accogliere, non come qualcosa da possedere.
Anche noi riceviamo persone e realtà che non ci appartengono completamente.
I figli non sono una nostra proprietà. I dipendenti non sono strumenti. Gli alberi non sono semplici oggetti da tagliare o spostare. Persino l’impresa che abbiamo costruito non coincide con tutta la nostra identità.
Ci viene affidata per un tempo.
Questa è anche una delle idee centrali dell’articolo dedicato ai giardini nel cristianesimo: custodire significa prendersi cura di qualcosa che possiede un valore proprio.
Possiamo lavorare con impegno, difendere ciò che abbiamo costruito e cercare risultati economici.
Tuttavia, non dobbiamo permettere che il bisogno di controllare ogni cosa distrugga la nostra pace e i nostri rapporti.
Giovanni l’apostolo amato nel percorso dei dodici
Giovanni è il secondo protagonista del nostro percorso dedicato ai dodici apostoli.
Matteo ci ha insegnato a rimettere il denaro al posto giusto.
Giovanni ci insegna a rimanere nell’amore e a trasformarlo in presenza concreta.
Essere amati da Cristo non significa avere una vita senza problemi.
Significa sapere dove tornare quando arrivano la stanchezza, la paura e la solitudine.
Come un tralcio non produce frutto separato dalla vite, anche noi non possiamo vivere soltanto delle nostre forze.
Possiamo possedere capacità, mezzi, esperienza e volontà.
Ma il frutto più importante nasce dal legame che custodiamo.
Giovanni, l’apostolo amato, ci ricorda che alla fine non conterà soltanto quanto abbiamo costruito. Conterà anche quanto abbiamo saputo amare, restare e prenderci cura delle persone e del creato che Dio ci ha affidato.

















